Un abruzzese in Perù.

Teramo / Un abruzzese in Perù, alla scoperta dell’affascinante terra andina degli Incas, dove è comune trattare Dio amichevolmente: il pinetese Rinaldo Della Poeta “ambasciatore” della teramanità, racconta la sua avventura e la sua scelta di vita per il Perù. Presepi e retablos peruviani, l’artigianato e la cultura più antiche. La “Semana Santa” di Ayacucho: processioni, parate e feste nelle Ande peruviane. Prossima tappa del viaggio: Cusco e Machu Picchu.

(di Nicola Facciolini)

Retablos-Ayacuchanos.jpgL’abruzzese Rinaldo Della Poeta, originario di Pineto, sorridente cittadina sulla costa adriatico-aprutina (Teramo), è di nuovo in partenza per il suo amato Perù, dodici ore di volo dall’Italia. La sua è una scelta di vita, molto di più un viaggio turistico a tempo determinato. Perché Rinaldo non ha fretta e nella sua scoperta dell’affascinante terra degli Incas (che ha ispirato G. Lucas e S. Spielberg per il quarto capitolo della saga cinematografica di Indiana Jones) desidera vivere ogni particolare, ogni istante, ogni emozione, ogni colore. “In Perù ogni anno si celebrano oltre 30mila feste religiose, tra profumi, saperi e sapori d’altri tempi” – rivela Rinaldo Della Poeta che, dopo una vita di lavoro e sacrifici per la sua famiglia, ha scelto Lima (baia di Miraflores) come suo campo-base. Dalla sua accogliente casa a 300 metri dall’oceano Pacifico, Rinaldo organizza le sue spedizioni andine, “ambasciatore” del buon gusto e della teramanità in una terra dove vivono molti imprenditori italiani. Dopo aver visitato negli ultimi 18 mesi numerose località sulla costa e dell’entroterra, la sua prossima tappa è Cusco (Cuzco) con il celebre sito archeologico di Machu Picchu scoperto da Hiram Bingham della Yale University il 24 luglio 1911. Un volo via Ayacucho. “Il mezzo di trasporto più sicuro in Perù è ovviamente l’aereo. In Perù ci chiamano tutti i giorni senor – racconta Rinaldo – infatti i peruviani sono molto gentili, amano tantissimo gli italiani, per cui mi sono lasciato stregare dalla bellezza e dalla purezza di un popolo che nella sua semplicità ha molto da offrire al mondo intero: con la sua cultura, le sue tradizioni, la sua spontaneità, la sua profondissima sensibilità religiosa che l’Europa ha perso, le sue potenzialità intellettuali, le sue prestigiose università, le sue risorse umane e spirituali” – rivela Rinaldo. Ayacucho, posta a 2.761 metri di altitudine nelle Ande centrali, “è una delle attrazioni turistiche più importanti della sierra peruviana: coniuga le vestigia delle culture oriunde con la maestosità delle costruzioni coloniali. In questa zona fiorì una delle più importanti civiltà pre-Inca, la Wari, che dominava le alte terre peruviane e di cui oggi è possibile visitarne un sito archeologico e osservare le costruzioni in pietra non intagliate, gli acquedotti, i canali sotterranei e i resti di un anfiteatro”. Conosciuta come la città delle 42 chiese, la maggior parte in stile barocco, “Ayacucho venne fondata nel 1539 con il nome di Huamanga, come spesso viene ancora chiamata dai suoi abitanti. Ayacucho è celebre per il suo artigianato: le sue pale colorate, le sculture di pietra di Huamanga, la ceramica dei vasai del paese di Quinoa, i tessuti di lana tinti con colori naturali e i gioielli realizzati in filigrana d’argento”. Uno dei pezzi più caratteristici dell’artigianato di Ayacucho è il retablo, una volta chiamato con il nome del Santo rappresentato all’interno. “È un armadietto di legno di pino, le cui porticine sono decorate con motivi floreali sia all’esterno che all’interno; nella parte superiore sono rappresentate le scene celesti e in quella inferiore le scene terrene. Tali scene variavano a seconda delle correnti religiose del momento, o delle credenze di chi commissionava il retablo. I mulattieri portavano con sé questi armadietti durante i loro lunghi viaggi, per assicurarsi la protezione del santo contro i briganti”. Attualmente il retablo viene fabbricato in una grande varietà di misure e i motivi applicati sono molto diversi. Dagli splendidi colori della tradizione peruviana, i retablos sono un insieme di figure dipinte e scolpite, rappresentanti in successione lo svolgimento di una storia. “I ratablos nascono nella zona di Ayacucho, durante la dominazione spagnola, quando erano chiamati cajitas de San Marco (cassette di San Marco). Nelle colonie era proibito agli indigeni usare le immagini cattoliche in occasione delle loro feste. I contadini, però, durante la festa del mercato degli animali, chiamata herranza, volevano portare con sé l’immagine di San Marco, loro patrono e protettore. Perciò inventarono la cassetta di San Marco dove custodivano l’immagine in miniatura del santo, circondato dagli animali”. Ancora oggi, in alcune comunità delle Ande, si utilizzano i retablos durante la festa di Santiago che si tiene dal 25 luglio al 30 agosto. In questa occasione i contadini hanno l’abitudine di marcare il loro bestiame e di rendere omaggio ai loro patroni: San Marco e San Santiago. “Con il tempo, le cassette di San Marco iniziarono a contenere altri personaggi religiosi e a raffigurare la natività e il presepe. Inoltre furono usati anche per rappresentare divinità indigene e scene di festività contadine. Nelle mani degli artigiani Ayacucho, anche la cajita ha assunto forme e materiali diversi. Originariamente in legno, oggi si trovano contenitori di retablos fatti con canna, gusci d’uovo, bambù, mate, ceramica”. Il processo di preparazione di un retablo è molto particolare. “Bisogna preparare la pasta per modellare le figure. Si fa bollire la farina di grano fino ad ottenere una specie di colla. Si aggiunge il gesso per dare una consistenza di pasta modellabile. Poi si formano le differenti figure, utilizzando piccoli stampi preparati prima dagli stessi artigiani. In alcuni casi le figure si realizzano completamente a mano. Quindi si mettono a seccare all’aria. Una volta secche, si dipingono di bianco utilizzando un miscuglio di colla sintetica e creta bianca. Infine si pitturano con colori sintetici”. Il contenitore può essere realizzato in modi e forme differenti. Il più comune e tradizionale è una scatoletta di legno compensato. “Il legno viene dapprima ricoperto di bianco, utilizzando lo stesso materiale usato per le figure, e poi viene decorato pitturando fiori e foglie stilizzati. Infine si collocano e si attaccano le figure all’interno, disponendole a formare scene, che possono rappresentare il presepe e momenti di vita quotidiana. Da ultimo si ricoprono le figure con una pellicola di vernice per renderle più brillanti e per proteggerle”. La festività religiosa più imponente del Perù è la Semana Santa, che ogni anno trova la sua massima espressione nella città di Ayacucho, dove si celebra uno dei momenti più importanti per il mondo cristiano. “Processioni, parate e feste, tra paganesimo e devozione cristiana, animano, durante tutta la settimana della Pasqua, le strade di questa cittadina situata nelle Ande centrali peruviane”. Ayacucho è l’antica Huamanga nel suo massimo splendore. Rinaldo ci ricorda che in molte città del Perù, come Cusco, Lima, Arequipa, Piura e Junin, per citare le più importanti, durante la Settimana Santa giungono pellegrini e turisti da ogni dove, in cerca di pace e redenzione. “Infinite sono le processioni, le messe e le celebrazioni piene di colore e fervore animano le loro strade, assumendo espressioni differenti legate alle tradizioni e ai costumi locali”. Le liturgie pasquali più spettacolari ed emotive sono quelle che si svolgono ogni anno ad Ayacucho. Per dieci giorni questa cittadina della Sierra Centrale, diventa scenario di una celebrazione senza eguali sulla Terra. La gente di ogni età si riversa per le strade, enfatizzando sia l’aspetto liturgico della festa, caratterizzato da un’atmosfera di solennità e commozione, sia il lato festoso e gioioso che anima la comunità ayacuchana. “Le celebrazioni della Settimana Santa di Ayacucho hanno inizio con il venerdì della Passione, ovvero il venerdì che precede la domenica delle Palme. Durante questa giornata il Cristo crocifisso e agonizzante viene accompagnato dalla Madonna verso il Calvario e una moltitudine di fedeli si unisce in processione, intonando canti in lingua quechua e castigliana. Il giorno seguente, il sabato del Tormento, si svolge la cerimonia del Signore del Vino, con una processione che comincia dalla chiesa della Pampa di Sant’Agostino, per benedire i raccolti. Segue la domenica delle Palme che simboleggia l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, accolto da una folla di gente semplice e di fanciulli con in mano palme e ulivi in segno di gioia, pace e saluto”. La giornata di mercoledì è la più significativa della Settimana Santa. “La statua di Gesù Nazareno, circondata dalle effigi della Vergine Maria, di Veronica e di San Giovanni, viene trasportata in spalla fin sulla Plaza des Armas, attraverso strade adornate di fiori disposti in geometrie sacre, disegni bucolici e scene andine e prende forma l’Incontro tra la Vergine e Gesù”. Giovedì Santo è il giorno in cui si ricordano l’ultima cena e il tradimento di Giuda, “nella Cattedrale durante la celebrazione si svolge il rito della lavanda dei piedi, ripetendo quello che Gesù stesso fece quella sera. Inoltre, vengono rievocate le celebrazioni liturgiche della consacrazione degli oli santi e l’istituzione dell’Eucarestia e del sacerdozio”. Il venerdì Santo, giorno della morte di Cristo, si celebra con una processione notturna nel corso della quale il popolo ayacuchano, rigorosamente in abito nero, accompagna Cristo e la Vergine, portando in mano candele, in un’atmosfera di silenzio e raccoglimento.  “Le celebrazioni della Settimana Santa culminano nella domenica della Resurrezione, con una processione che si svolge all’alba, a simboleggiare la rinascita. Dopo la Messa, l’effige del Cristo Risorto trasportata da 300 fedeli percorre il perimetro della Plaza Mayor accompagnata da cantici e acclamazioni, per essere poi riposta all’interno della Cattedrale. La città si anima, quindi, con fiere di prodotti locali, agricoli ed artigianali, gare ed esibizioni di danze folcloristiche, concerti di musica locale e manifestazioni equestri”. Quando gli spagnoli arrivarono nell’antico Perù lo fecero in due modi: i soldati con le armi in una mano e i religiosi con la Bibbia nell’altra. E mentre alcuni di loro, montando briosi cavalli, sbandieravano la spada, alla ricerca dell’oro, per conquistare i territori di un popolo impaurito e sorpreso, altri predicavano, con il vangelo aperto, che esisteva un solo Dio e che suo figlio Gesù era nato a Betlemme. “Fu in questo modo che, insieme alla violenza della conquista, arrivò alle terre del Perù la festa del 25 dicembre e il messaggio del Natale che, in principio, si celebrò con la consuetudine spagnola però, con il passare degli anni, i presepi e i cori cambiarono assumendo un colore diverso: un colore meticcio”. Tutto cambiò. “I canti, le preghiere e i rituali. Nei presepi peruviani, la rappresentazione di Betlemme ha avuto una trasformazione singolare: si è trasformato in un Apu (monte protettore) bagnato di luci e brina con una grotta per il Bambino Gesù.  E così come cambiò Betlemme, cambiò anche il Bambino che smise di essere Gesù e divenne Bambino Dio, Tayta Dio o Manuelito, perché nella fede popolare è comune trattare Dio amichevolmente”. Ma non solo questo, al contatto con le Ande la sua carnagione si imbrunì così come i suoi ricci e divenne più dispettoso e abbronzato per il tanto giocare sotto al sole. “Gli Asháninka, come quasi tutti gli indigeni dell’Amazzonia, celebrano la Noche buena intorno a un falò acceso dai membri più giovani della comunità, divisi in due gruppi, uno di uomini e uno di donne. Durante la Noche buena gli Asháninka mangiano minestre preparate con gli animali che cacciano personalmente e bevono masato, accompagnando la festa con canti in lingua indigena che inneggiano all’amicizia e al cameratismo”. Nella città di Chachapoyas non ci sono processioni né balli per le strade. “Qui si veglia il Bambino Dio a Natale e all’arrivo dei Magi. Le veglie si fanno esclusivamente nella Chiesa o nelle case che fabbricano i presepi tutti gli anni. Nelle case le veglie sono diverse. Iniziano alle 12 di notte e, con il trascorrere delle ore, si trasformano in allegri balli, ma non di fronte al Bambino Dio, bensì nelle sale attigue alla stanza che ospita il presepe. I presepi sono visitati dai pastorelli (gruppo di bambini ambosessi che caratterizzano i pastori biblici), che cantano inni al Bambino Dio e gli offrono oggetti e animali simbolici con iscrizioni significative e divertenti”. Nelle Ande dove si venera la Pachamama e gli Apus, e si intessono leggende e miti, le festività religiose mescolano gli antichi dei con i culti cattolici. “Per questo, nei villaggi della sierra, il Natale è distinto; con tratti peculiari che si sono mutati dalla conquista fino ai giorni nostri. “Il Natale è la festa del bambino Manuelito o Quapaqpa Churín. Le offerte sono per lui, come anche le preghiere, i canti e le danze, modellate dalla fusione degli elementi ispanici e andini”. Sono vari i “Dio Bambini” della Sierra. La loro origine è sempre associata con le leggende. “Del Bambino Perso di Huancavelica, la tradizione orale narra che era il Patrono della valle di Ica (famosa anche per le sue celebri pietre! NdA) e che per una disattenzione si perse. Non si sa come il bambino dispettoso apparve nella città di Huancavelica. Il popolo, grazie ad alcuni viaggiatori, seppe del luogo dove si trovava e andò a riprenderlo. Durante la festa un gruppo di ballerini (Negrería) simula l’arrivo dalla costa alla ricerca del bambino perso, a cavallo di asini e cavalli, portando prodotti della regione come la grappa, il vino, il mango, l’anguria, l’uva. Nella comparsa c’è un personaggio che è la Marica o Maria Rosa con in braccio suo figlio e il Waqra Senqa o Abrecampo con il suo battito tronador, che fa strada alla Negrería con alla testa l’Ambasciatore o Branquito. Questi legge ad ogni angolo il proclama dei Re Magi. Il pomeriggio del giorno seguente escono mascherati con i capelli legati da una fascia di seta, il cappello di paglia, il pantalone bianco, una campanella e il fazzoletto in mano. Durante la processione, i neri accompagnano con ceri e si coprono le spalle con coperte bordate. Cantano allegramente in onore del Bambino Perso. Un altro bambino famoso è il Bambino Velakuy di Huamanga. Anche se questo bambino non si è mai perso come il suo vicino di Huancavelica, è comunque festeggiato e mimato dagli abitanti di Huamanga”. La celebrazione inizia il 25 dicembre e si conclude il 2 febbraio, giorno della festa della Mamacha Candelaria (la nostra Candelora). “Nelle case si pone un Misterio di provenienza spagnola, di Cusco o di uno scultore del luogo. Il momento più importante è durante la notte quando il bambino Velakuy (vegliare il bambino) riceve la visita di “atajos y de weracochas“, ballerini mascherati da cachaco, prete e/o dottore. Tra tutta la zona della sierra Sud si evidenzia la festa del bambino di Andahuaylas per la sua grande partecipazione popolare”. La celebrano tre villaggi. “Comincia nel distretto di Talavera il 25 dicembre, il primo gennaio ad Andahuaylas, la più importante, e il 6 gennaio a San Jerónimo. La festa del Santuranticuy o l’Acquisto dei santi, che si celebra a Cusco, ha caratteristiche differenti. L’antico centro del mondo incaico diventa, il 24 dicembre, una grande festa multicolore nella quale i contadini, i pastori, gli artigiani e gli abitanti portano i loro santi e presepi, i loro bambini Manuelitos e capanne, i loro animali, ornamenti e argille per barattarli e venderli”…Insomma, Perù: tutto il mondo in una nazione.

Un abruzzese in Perù.ultima modifica: 2009-01-13T15:23:00+01:00da radioladynews
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